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domenica, 22 novembre 2009

INSOSTENIBILITA' ASSISTITA




Dalle unghie mi scorrono
fili spinati non riavvolgibili
da urti remoti di piccoli passati
 
lo smalto è un focolaio inavvertibile
su coprenti pienezze di muffa
per inerzia alla debolezza
 
il mestiere del respiro
rattoppa altri rumori
come fermento coprente
 
(... perdo...)
 
la sostanziale tragedia
tra filamenti di rughe si urla
ad adrenalinico incazzo
 
per sommosse scommesse
tra un me ed io rispolverato
in determinata accoglienza
 
un vivere acquietato
(perdente)
nell’accettazione
d’uno zero agonizzante.
 
 

 

sabato, 07 novembre 2009

L'ALTRA VITA



(immagine da web)


Slegata da un film
catturata in sogno
e addormentata
nel dubbio.
Tra le inesistenze
delle tinte
mai vissute.
Tra incompiuti gesti
mai desiderati.
Cuciti soltanto
da infiniti se.


venerdì, 30 ottobre 2009

... SINGHIOZZI DI (CREDO)...

la pepetta

Credevo.
Di poterti proteggere
sotto le mie piccole ali
conservandoti dalle intemperie
d’un passato ormai disgiunto.
Lo credevo. (E ci penso).

Il profumo dei tuoi racconti
lo stendevi al comando
delle mie curiosità di bambina
(anche oggi).
Credevo.
|Ma...
E... ci sei.|

Il tuo sonno improvviso
ancora mi pervade
d’innamoramenti che mi ricamavi
di tua sola penetrazione
senza fiato esponenziale
in accusa
d’un perché
al cosa
osservavi nel mio bacio
(nascosto).
Portandotelo via.
Senza esalazione
d’infelicità peccatoriale.

Credevo di ritrovarti sempre.
Viva. Piccola.
(nel mio “per sempre futuro”).


Oggi
Credo.
Nel silenzio d’affetto
cercato nelle (mie) conferme
in passi da “bambina”.

C’è dell’assenza nell’ascoltare
-intima-
(che non vuol dire “non amare”)
C’è, esiste, del mutismo
alle (mie) domande,
di chi,
oggi,
crede di risponderti
con distanza svagata.
Crede.

Eppure adesso
capisco il mio distacco
(cieco)
al ricamo linfatico
ossigenato
da pindariche “empatie” distorte....
(Credo –confusa-
di cercare “dal vivo”
orizzonti da sorvolare
-autenticamente-
senza estrazioni lineari
da confinare ....)

 

 


mercoledì, 14 ottobre 2009

BAD GIRL IN REWIND

Futuro reincarnato in globale ricostruzione

su acque prepotenti, picchianti.

 

Mai più rinascita in uomo o donna

(nei vuoti d’aria

ingoio uranio consumato

nel vomito del cinismo burlone al potere)

 

Mai più lui

 Dio

 che innalza ronzante

un  co(m)mando moderno,

a sua immagine e somiglianza:

la fede....

( cavernosa)

salva da peccati confessati

col premio salvifico

d’un cancello a  cruna d’ago

in entrata

nell’eternità paurosa del vuoto.

 

Dio  ride al sapore d’errore umano .

 

L’Insegnante del libero arbitrio

spolvera l’inferno dal calore

democratizzato nel consumismo

petrolifero

e tra le larve della nera scia mente

nei corpi già destinati a morire

come carne da macello.

 

L’innocenza brucia nel sorvolo

delle scuole future.

 

 

Mai più donna o uomo

(Vento)

nel sorvolare  nomi di scuole

di palazzi o di chiese martoriate da bugie

nell’Atlantide futura.

 

I fondali sosterranno pochi lembi di prati

per tracciar Gioia e Respiro

negli umani innocenti.

 

Carezza spaventosa in distorsione

 dei futuri nascere  bambini

lasciati abbandonati

ai sogni d’umana insofferenza.

 

Unica medaglia.

Unico valore.

 

Implosione d’un rispetto intelligente

      irrazionale

pescato dal nero atavico

a trasmissione d’intermittenza

 

tecnologicamente lontana

 

non ancora superata.

 

(MA)

Il filo politico d’ordinanza militare

solo una lontana immaginazione per lo stupore

di tanta appresa violenza.

 


giovedì, 17 settembre 2009

PERCORSI

Aggrappandoci alle spighe
il grano turbina
in cerchio di passività.
 
 E’ un ostetrico crescere
                              piano (nell’aria).
 
Ferma,
dietro sagge parabole
                                 precarie,
farina ammassata
in strato sabbiesco
scivolosa nel boccheggio vulcanico
congiunta al pop-corn
sbussolato di rogo confuso.
 
Cade a metà - tra convivenze prese
all’oscurità solare
                             piano piano (nel fuoco)
 
Solo per capire
la vita in compagnia
della propria solitudine
regalata a ciclici prestiti
                             piano piano piano
                                                 (nell’epopea d’acqua terrestre).


postato da: glodalessandro alle ore 15:33 | link | commenti (14)
categorie: flash, introspezione, oggi, dentro e fuori, l-indefinibile
domenica, 06 settembre 2009

"VOICE(S)"

 

“Voice” al logorìo d’espatrio

dal “me”

canonica, invertebrata

sottomessa dall’ingoio

reazionario.

 

Il “me”  strappa

dubbio alla (in)sicurezza

in seme all’-anfibiotico-

“durante” emerso poi.

 

Senno coreografico

magistrale

tendenzioso al fermo

d’astinenza

 

e poi alla nudità

del verde cementato

l’impaginazione d’una margherita

traslocata dal mio pensiero

 

ipnotico seme

questo

d’un domani che vedrò

calpestandolo d’errore.

 

Rido di me

delle mie assenze

re-interpretate a cavallo

d’un ittico formicaio laborioso

 

e in proposta d’un sole

goccia di vino veritas fresco

in allucinazione di lumi sparsi

come ascesa pratica

su tettoie da cui scivolare senza ali

 

e

a

 

cadere

 

most(r)i d’agrodolci acini

a ricordarmi

seppellita nella Vita.

 

 

 

e... continuando da NàT...

 

 

agrodolci acini in ogni morso
most(r)i selvatici che sanno
di nostre pure limpide purpurée
vite
come vendemmie settembrine
spogliamo i rami alle foglie
per nude essenze
bérci
spire di vita
e vita
non evita
é vita.....

  


mercoledì, 26 agosto 2009

PINDARICA

 

Risucchiata
dalla stanchezza
dell’esser sveglia
cado dal letto
come fantasma
grigio-perlato.
Avanzo
tra odore di caffè
già gustato
e disilludo
il mio petto
a respirare ancora
il pane quotidiano
dello stress
che mi aspetta
fuori da un cancello
di solo cemento.
Apro con quale chiave?
Nera, bianca,
d’oro, d’argento?
La serratura
le accetta tutte
ma l’ansia
del varcare
il passo
oltre il mio
profumato giardino
lo abbatto col ruggito
appagandomi
diversamente
con una traiettoria
altalenante e briosa.

 

 


domenica, 09 agosto 2009

NON VENDETTA (di Annarita Campagnolo)

Ti ho chiesto quante donne,
quante figlie della terra e del fuoco
piangeranno arsura e disperazione.
Quando la pioggia,
avvolta in bandiere tumultuose,
accompagnerà esseri
senza patria e senza nome
verso la conoscenza della profetica unità.
Mi hai mostrato mattoni
modellati da piccole mani
a costruire case per chi entra e chi esce,
mortai e setacci
mossi da eterni occhi
stanchi e obliati dal sole
a fabbricare pane
per chi non ha più fame.
Teneri corpi acerbi, senza sesso,
giocare impauriti,
con sedicenti alchimisti,
zelanti e perversi, mercanti di vite.
Non vendetta
né l’illusione di giustizia
mi hanno portato là,
dove la terra non ha confini
e le stagioni pretendono coerenza,
ma le voci di tante donne
che bisbigliano, curiose,
in questo mondo affranto.
Non conoscono la sofferenza
poiché non hanno specchi.
Ed allora ho posato
il mio piccolo bagaglio
di presunta saggezza,
ho nascosto il pane ed il vino e,
togliendo le bende
dal cuore e dagli occhi,
ho accompagnato figli
a contemplare le vetrine
della nostra povertà.


martedì, 04 agosto 2009

Tra una riga e l'altra

Cosa pretende una storia se non l’immaginazione visiva del lettore? Non vuole rappresentare nulla di prezioso o sensazionale, perché si raccontano sempre le stesse cose con ricami di parole diverse.

Può configurarsi in una spinta di sospensione tra la propria interiorità e l’esterno rumoroso crescente in una continuità d’azione qualitativamente espressa, trovando la propria responsabilità in un episodio o stato d’animo in cui ci si deterge?

Una storia qualsiasi. Senza colpi di fantastiche scene d’eventi strani, nei percorsi d’ innumerevoli universi ricettivi.

Una storia non pretenziosa. Non fantastica. Solo alle prese d’un filtro visivo in armonia col diaframma delle nostre emozioni.

 

__________________

 

Scroscio di tempesta musicale, in delirio col mio stato avanzato d’esposizione romanzata che ha paura, tanta paura d’esser esibita, messa sotto lente d’ingrandimento. Cadono grandi le gocce come uomini e donne che popolano ormai l’irrazionale ed innaturale pianeta cosmico, disturbato anch’esso dalle folgorìe impazzite d’una normalità consumata nel regresso; siamo gli uni correlati al compromesso dell’altro con una qualsiasi scusa d’un finto quieto e pacifico vivere, àtoni d’armonia.

 

Nei confronti delle “razze” catalogate in innumerevoli distanze solfeggiate alla convivenza ci si può arrivare solo a livello nozionale, conoscitivo, tralasciando dalla propria oscurità quel curioso arpeggiare finto, tracciato dal comune egoismo (ma che cos’è?)....

In fondo non è poesia in senso letterale

               non è un chiudersi al naturale  e soleggiato essere che ci tele-comanda a distanza spirituale

                non è nemmeno un elogio senza senso ad un se stesso quantitativamente bravo nell’essere                                                                                                                                                                                          

                                                                                                                                            potente.

 

Appare sbiadito il tuono del fulmine arrivato a terra prima che io me ne renda conto. Lo sfogo estivo ha rapito la mia penna che ha “chattato” con il mio profondo trance-stade. Una magia bugiarda, ma piena di tolleranza.

 

< Alleggerisci il tuo stile, Glò> , mi sento spifferare dentro, speranzosa. L’occhio si distrae verso una distinta signora, anche se non mi accorgo di lei. Leggera, bionda, gracile. Sopra il suo ombrello protettore vaneggiano fumetti di pensieri distratti, veloci, frettolosi nell’accartocciarsi sotto i suoi tacchi di sandaletti  neri. Il suo vestito bianco, sostenuto da spalline che scoprono le spalle appena abbronzate, cintura finemente nera, per dare un taglio alla continuità del troppo candore indossato, ma vedo un tarlo insignificante di separazione tra la parte superiore del corpo e gli arti inferiori. Risalta la sua capigliatura bionda, alla Doris Day, fermata da una fascia, nera anch’essa, come per raccontarsi che al mondo non esiste il grigio, ma solo la separazione assolutistica tra il bianco e il nero. Il pathos delle pellicole consumate nel dopoguerra, quando gli uomini, a quel tempo combattevano per la conquista della dignità , mi compaiono come albeggi profumati che con lo stile della signora non aveva nulla a che vedere. Ascolto solo un particolare di lei: omertà taciturna e mai entrata a contatto con la coscienza sotto i suoi passi schiaccianti (tac-tac-tac-tatac); imperturbabile la sua presa di petto oltre il (per lei) fastidioso intervento d’un temporale d’estate sotto cui vivo all’ombra d’una tenda d’un bar nella precisazione di questo mio istante.

Dentro di me rimbomba quel passo spedito anche a distanza di minuti. Le nuvole ancora minacciose sopra la mia testa intenzionano di spogliarmi completamente - ancora un pò - da un estremo, ancora inesistente, d’impuro scuotermi di nome.

 

< Mi sento meglio>, mi dico. Senza ombrello seguo la destinazione della signora che oltre gli occhiali aveva sentito vociferare  il mio normale stato di dialogo interiore distratto.

Mi sento protetta dal mio sentirmi viva. Mi sento al riparo sotto il persistente scroscio di musicale tempesta.

 

 

 


venerdì, 24 luglio 2009

CATARTICO TONDEGGIO

immagine da web

ehhh ssì.

 

Facile lasciarsi assorbire

da teutoniche reminescenze:

troppo fredde, grandi,

ingestibili.

 

Ora le dita

non funzionano

tra le rime d’uno spiegare qualcosa

in versi o parole povere.

(svigorite da strana stanchezza)

 

Nella preghiera

dell’aria serale,

di questa aria imbrunita

niente è più scontato

d’uno svegliarsi

al mattino

dopo il viaggio sveglio

nella capitale del sogno.

 

Ancora annego nel capire

complessati desideri,

verità di bronchiti

spiovute dal galattico astrale

ridimensionato al “razionale d’essere”

...

 

ma son questi asteroidi maledetti

d’”appartenenza” che fan piovere

piedi scalzi sul bagnato

su una terra dove il nulla storico

rimbomba senza il suo senso

...

solo strafatto nel petto abitudinario.

 

Complesso e troppo nudo

il trapezio sospeso,

muto d’assolo

nella ribelle linfa della foglia

ché stiracchiandosi

ringrazia il solfeggio

solare boreale

taciturno nel suo amplesso

congiunto nell’ovvia nascita.

 

E’ in questo memorabile passato

che vivo d’insoddisfatta caparbietà.

Le parole forse trovano la nicchia

in tane secolari,

quando il verbo

non necessitava

di piegarsi

all’incestuoso dis-piegarsi

d’una giustificazione

in suono temporale

d’una bandiera sventolante

e

vocale.

 

Traballando s’un fieno

morbido

lascio vibrare,

così,

suon di cicala combattiva.

 

Perché il loro canto

sopravvive

oltre le colonne sudate

delle formiche....

 

 

 

 

 

 

"La nostra felicità nasce da una composta autoironia, non conducibile ad una mancanza di rispetto che possa deteriorare il nostro approccio nei confronti di altri incuriositi benevolmente dall'unicità della nostra essenza".

Glò

 

 

 


martedì, 07 luglio 2009

ANELARSI

… E quando

dico ancora

corro a tessere

le mie braccia

verso soli

sorridenti…

 

… E quando

 dico niente

passeggio tra gli occhi

di aria pura

fino a dissetarmi

tra il candeggio

dell’esasperato…

 

… E quando

 dico basta

copro le mie nudità

disperse tra corde

libere

di fuochi gelati

dal vicino istante

che mi porterà

lontano vibrando…

senza fine.

 

 


mercoledì, 01 luglio 2009

NUDO SAPORE

grazie Massimiliano

nudosapore

 


 ... mi sveglierò
dall’olocausto
d’una vita
               irrequieta
solo quando
la mia anima torturata
remerà su silloge
di prospettiche lacune
                         inodoranti.
Per ora resto
agrumata

per un sol secondo
spargendomi lentamente
in frantumi masticati
su bocche
di parole svestite....

 


postato da: glodalessandro alle ore 14:03 | link | commenti (13)
categorie: oggi, dentro e fuori, animatonda, l-indefinibile
giovedì, 25 giugno 2009

ALI DI CARTA

immagine da web

Tu che imbarchi i miei remi
tra le onde dei tuoi verdi oceani
dove le sfumature danno profumo
al solo desiderio che ho di te, sempre.
Tu che sai ridere di me,
dei miei balli accartocciati
al vento dei miei movimenti...
dai passi di tango ardente
e di hip-hop disteso
su lenzuola ancora da corteggiare.
Tu che annebbi nel chiarore di pioggia
galassie imprigionate di torpore
come un lettino da coprire
in aliti di baci sempre da levigare
in consistenti momenti del “toccarsi”.

Tu che sai rendermi fragile
nella mia libertà di tristezza...
ascolto i palcoscenici orrori
a cui non so sottrarmi
nemmeno se impongo alla mia ricezione
un muro di cemento armato
che sa sgretolarsi
quando le mie linee di confine
accolgono nella mia vicina lontananza
grida e lamenti come bombe umane, sorde
che non sanno e non vogliono vedere armonia
in qualsiasi tempo della mia giornata...
e ne fanno dell’amore
l’utopico sentimento atavicamente presente
solo tra le righe di poesia, di romanzi, di film
senza percepire tra un piccolo impulso
quel germoglio naturale che può salvare
mille parti del mondo...

 

 

 


postato da: glodalessandro alle ore 11:53 | link | commenti (11)
categorie: amore, oggi, dentro e fuori
domenica, 07 giugno 2009

... ??? ...

max zwei


Che contorno può avere
una qualsiasi luna
se non fosse percossa
dalle lontane orbitanti
impronte umane?

Come ci si guarda intorno
se non ci si distacca
da queste in-consistenze irraggiungibili?

Atterro sulla poesia:
oggi è un pezzo
di pane mancante,
è diritto o dignità d’espressione
da vincere
con l’arroganza d’una sopravvivenza
ad omertose sparatorie silenziose
arrancata ai semplici limiti
d’uno spontaneo chiedere.

 

Grazie a Massimiliano e Elena

 

 


martedì, 26 maggio 2009

IN ASSENZA PER...

Riprenderò non appena avrò dato un nuovo vestitino al blog


postato da: glodalessandro alle ore 16:30 | link | commenti (6)
categorie: oggi