


Credevo.
Di poterti proteggere
sotto le mie piccole ali
conservandoti dalle intemperie
d’un passato ormai disgiunto.
Lo credevo. (E ci penso).
Il profumo dei tuoi racconti
lo stendevi al comando
delle mie curiosità di bambina
(anche oggi).
Credevo.
|Ma... E... ci sei.|
Il tuo sonno improvviso
ancora mi pervade
d’innamoramenti che mi ricamavi
di tua sola penetrazione
senza fiato esponenziale
in accusa
d’un perché
al cosa
osservavi nel mio bacio
(nascosto).
Portandotelo via.
Senza esalazione
d’infelicità peccatoriale.
Credevo di ritrovarti sempre.
Viva. Piccola.
(nel mio “per sempre futuro”).
Oggi Credo.
Nel silenzio d’affetto
cercato nelle (mie) conferme
in passi da “bambina”.
C’è dell’assenza nell’ascoltare
-intima-
(che non vuol dire “non amare”)
C’è, esiste, del mutismo
alle (mie) domande,
di chi,
oggi,
crede di risponderti
con distanza svagata.
Crede.
Eppure adesso
capisco il mio distacco
(cieco)
al ricamo linfatico
ossigenato
da pindariche “empatie” distorte....
(Credo –confusa-
di cercare “dal vivo”
orizzonti da sorvolare
-autenticamente-
senza estrazioni lineari
da confinare ....)

Futuro reincarnato in globale ricostruzione
su acque prepotenti, picchianti.
Mai più rinascita in uomo o donna
(nei vuoti d’aria
ingoio uranio consumato
nel vomito del cinismo burlone al potere)
Mai più lui
Dio
che innalza ronzante
un co(m)mando moderno,
a sua immagine e somiglianza:
la fede....
( cavernosa)
salva da peccati confessati
col premio salvifico
d’un cancello a cruna d’ago
in entrata
nell’eternità paurosa del vuoto.
Dio ride al sapore d’errore umano .
L’Insegnante del libero arbitrio
spolvera l’inferno dal calore
democratizzato nel consumismo
petrolifero
e tra le larve della nera scia mente
nei corpi già destinati a morire
come carne da macello.
L’innocenza brucia nel sorvolo
delle scuole future.
Mai più donna o uomo
(Vento)
nel sorvolare nomi di scuole
di palazzi o di chiese martoriate da bugie
nell’Atlantide futura.
I fondali sosterranno pochi lembi di prati
per tracciar Gioia e Respiro
negli umani innocenti.
Carezza spaventosa in distorsione
dei futuri nascere bambini
lasciati abbandonati
ai sogni d’umana insofferenza.
Unica medaglia.
Unico valore.
Implosione d’un rispetto intelligente
irrazionale
pescato dal nero atavico
a trasmissione d’intermittenza
tecnologicamente lontana
non ancora superata.
(MA)
Il filo politico d’ordinanza militare
solo una lontana immaginazione per lo stupore
di tanta appresa violenza.

Aggrappandoci alle spighe
il grano turbina
in cerchio di passività.
E’ un ostetrico crescere
piano (nell’aria).
Ferma,
dietro sagge parabole
precarie,
farina ammassata
in strato sabbiesco
scivolosa nel boccheggio vulcanico
congiunta al pop-corn
sbussolato di rogo confuso.
Cade a metà - tra convivenze prese
all’oscurità solare
piano piano (nel fuoco)
Solo per capire
la vita in compagnia
della propria solitudine
regalata a ciclici prestiti
piano piano piano
(nell’epopea d’acqua terrestre).

“Voice” al logorìo d’espatrio
dal “me”
canonica, invertebrata
sottomessa dall’ingoio
reazionario.
Il “me” strappa
dubbio alla (in)sicurezza
in seme all’-anfibiotico-
“durante” emerso poi.
Senno coreografico
magistrale
tendenzioso al fermo
d’astinenza
e poi alla nudità
del verde cementato
l’impaginazione d’una margherita
traslocata dal mio pensiero
ipnotico seme
questo
d’un domani che vedrò
calpestandolo d’errore.
Rido di me
delle mie assenze
re-interpretate a cavallo
d’un ittico formicaio laborioso
e in proposta d’un sole
goccia di vino veritas fresco
in allucinazione di lumi sparsi
come ascesa pratica
su tettoie da cui scivolare senza ali
e
a
cadere
most(r)i d’agrodolci acini
a ricordarmi
seppellita nella Vita.
e... continuando da NàT...
agrodolci acini in ogni morso
most(r)i selvatici che sanno
di nostre pure limpide purpurée
vite
come vendemmie settembrine
spogliamo i rami alle foglie
per nude essenze
bérci
spire di vita
e vita
non evita
é vita.....

Risucchiata
dalla stanchezza
dell’esser sveglia
cado dal letto
come fantasma
grigio-perlato.
Avanzo
tra odore di caffè
già gustato
e disilludo
il mio petto
a respirare ancora
il pane quotidiano
dello stress
che mi aspetta
fuori da un cancello
di solo cemento.
Apro con quale chiave?
Nera, bianca,
d’oro, d’argento?
La serratura
le accetta tutte
ma l’ansia
del varcare
il passo
oltre il mio
profumato giardino
lo abbatto col ruggito
appagandomi
diversamente
con una traiettoria
altalenante e briosa.

Ti ho chiesto quante donne,
quante figlie della terra e del fuoco
piangeranno arsura e disperazione.
Quando la pioggia,
avvolta in bandiere tumultuose,
accompagnerà esseri
senza patria e senza nome
verso la conoscenza della profetica unità.
Mi hai mostrato mattoni
modellati da piccole mani
a costruire case per chi entra e chi esce,
mortai e setacci
mossi da eterni occhi
stanchi e obliati dal sole
a fabbricare pane
per chi non ha più fame.
Teneri corpi acerbi, senza sesso,
giocare impauriti,
con sedicenti alchimisti,
zelanti e perversi, mercanti di vite.
Non vendetta
né l’illusione di giustizia
mi hanno portato là,
dove la terra non ha confini
e le stagioni pretendono coerenza,
ma le voci di tante donne
che bisbigliano, curiose,
in questo mondo affranto.
Non conoscono la sofferenza
poiché non hanno specchi.
Ed allora ho posato
il mio piccolo bagaglio
di presunta saggezza,
ho nascosto il pane ed il vino e,
togliendo le bende
dal cuore e dagli occhi,
ho accompagnato figli
a contemplare le vetrine
della nostra povertà.

Cosa pretende una storia se non l’immaginazione visiva del lettore? Non vuole rappresentare nulla di prezioso o sensazionale, perché si raccontano sempre le stesse cose con ricami di parole diverse.
Può configurarsi in una spinta di sospensione tra la propria interiorità e l’esterno rumoroso crescente in una continuità d’azione qualitativamente espressa, trovando la propria responsabilità in un episodio o stato d’animo in cui ci si deterge?
Una storia qualsiasi. Senza colpi di fantastiche scene d’eventi strani, nei percorsi d’ innumerevoli universi ricettivi.
Una storia non pretenziosa. Non fantastica. Solo alle prese d’un filtro visivo in armonia col diaframma delle nostre emozioni.
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Scroscio di tempesta musicale, in delirio col mio stato avanzato d’esposizione romanzata che ha paura, tanta paura d’esser esibita, messa sotto lente d’ingrandimento. Cadono grandi le gocce come uomini e donne che popolano ormai l’irrazionale ed innaturale pianeta cosmico, disturbato anch’esso dalle folgorìe impazzite d’una normalità consumata nel regresso; siamo gli uni correlati al compromesso dell’altro con una qualsiasi scusa d’un finto quieto e pacifico vivere, àtoni d’armonia.
Nei confronti delle “razze” catalogate in innumerevoli distanze solfeggiate alla convivenza ci si può arrivare solo a livello nozionale, conoscitivo, tralasciando dalla propria oscurità quel curioso arpeggiare finto, tracciato dal comune egoismo (ma che cos’è?)....
In fondo non è poesia in senso letterale
non è un chiudersi al naturale e soleggiato essere che ci tele-comanda a distanza spirituale
non è nemmeno un elogio senza senso ad un se stesso quantitativamente bravo nell’essere
potente.
Appare sbiadito il tuono del fulmine arrivato a terra prima che io me ne renda conto. Lo sfogo estivo ha rapito la mia penna che ha “chattato” con il mio profondo trance-stade. Una magia bugiarda, ma piena di tolleranza.
< Alleggerisci il tuo stile, Glò> , mi sento spifferare dentro, speranzosa. L’occhio si distrae verso una distinta signora, anche se non mi accorgo di lei. Leggera, bionda, gracile. Sopra il suo ombrello protettore vaneggiano fumetti di pensieri distratti, veloci, frettolosi nell’accartocciarsi sotto i suoi tacchi di sandaletti neri. Il suo vestito bianco, sostenuto da spalline che scoprono le spalle appena abbronzate, cintura finemente nera, per dare un taglio alla continuità del troppo candore indossato, ma vedo un tarlo insignificante di separazione tra la parte superiore del corpo e gli arti inferiori. Risalta la sua capigliatura bionda, alla Doris Day, fermata da una fascia, nera anch’essa, come per raccontarsi che al mondo non esiste il grigio, ma solo la separazione assolutistica tra il bianco e il nero. Il pathos delle pellicole consumate nel dopoguerra, quando gli uomini, a quel tempo combattevano per la conquista della dignità , mi compaiono come albeggi profumati che con lo stile della signora non aveva nulla a che vedere. Ascolto solo un particolare di lei: omertà taciturna e mai entrata a contatto con la coscienza sotto i suoi passi schiaccianti (tac-tac-tac-tatac); imperturbabile la sua presa di petto oltre il (per lei) fastidioso intervento d’un temporale d’estate sotto cui vivo all’ombra d’una tenda d’un bar nella precisazione di questo mio istante.
Dentro di me rimbomba quel passo spedito anche a distanza di minuti. Le nuvole ancora minacciose sopra la mia testa intenzionano di spogliarmi completamente - ancora un pò - da un estremo, ancora inesistente, d’impuro scuotermi di nome.
< Mi sento meglio>, mi dico. Senza ombrello seguo la destinazione della signora che oltre gli occhiali aveva sentito vociferare il mio normale stato di dialogo interiore distratto.
Mi sento protetta dal mio sentirmi viva. Mi sento al riparo sotto il persistente scroscio di musicale tempesta.
immagine da web

ehhh ssì.
Facile lasciarsi assorbire
da teutoniche reminescenze:
troppo fredde, grandi,
ingestibili.
Ora le dita
non funzionano
tra le rime d’uno spiegare qualcosa
in versi o parole povere.
(svigorite da strana stanchezza)
Nella preghiera
dell’aria serale,
di questa aria imbrunita
niente è più scontato
d’uno svegliarsi
al mattino
dopo il viaggio sveglio
nella capitale del sogno.
Ancora annego nel capire
complessati desideri,
verità di bronchiti
spiovute dal galattico astrale
ridimensionato al “razionale d’essere”
...
ma son questi asteroidi maledetti
d’”appartenenza” che fan piovere
piedi scalzi sul bagnato
su una terra dove il nulla storico
rimbomba senza il suo senso
...
solo strafatto nel petto abitudinario.
Complesso e troppo nudo
il trapezio sospeso,
muto d’assolo
nella ribelle linfa della foglia
ché stiracchiandosi
ringrazia il solfeggio
solare boreale
taciturno nel suo amplesso
congiunto nell’ovvia nascita.
E’ in questo memorabile passato
che vivo d’insoddisfatta caparbietà.
Le parole forse trovano la nicchia
in tane secolari,
quando il verbo
non necessitava
di piegarsi
all’incestuoso dis-piegarsi
d’una giustificazione
in suono temporale
d’una bandiera sventolante
e
vocale.
Traballando s’un fieno
morbido
lascio vibrare,
così,
suon di cicala combattiva.
Perché il loro canto
sopravvive
oltre le colonne sudate
delle formiche....
"La nostra felicità nasce da una composta autoironia, non conducibile ad una mancanza di rispetto che possa deteriorare il nostro approccio nei confronti di altri incuriositi benevolmente dall'unicità della nostra essenza".
Glò

… E quando
dico ancora
corro a tessere
le mie braccia
verso soli
sorridenti…
… E quando
dico niente
passeggio tra gli occhi
di aria pura
fino a dissetarmi
tra il candeggio
dell’esasperato…
… E quando
dico basta
copro le mie nudità
disperse tra corde
libere
di fuochi gelati
dal vicino istante
che mi porterà
lontano vibrando…
senza fine.
grazie Massimiliano

dall’olocausto
d’una vita
irrequieta
solo quando
la mia anima torturata
remerà su silloge
di prospettiche lacune
inodoranti.
Per ora resto agrumata
per un sol secondo
spargendomi lentamente
in frantumi masticati
su bocche
di parole svestite....
immagine da web

Tu che imbarchi i miei remi
tra le onde dei tuoi verdi oceani
dove le sfumature danno profumo
al solo desiderio che ho di te, sempre.
Tu che sai ridere di me,
dei miei balli accartocciati
al vento dei miei movimenti...
dai passi di tango ardente
e di hip-hop disteso
su lenzuola ancora da corteggiare.
Tu che annebbi nel chiarore di pioggia
galassie imprigionate di torpore
come un lettino da coprire
in aliti di baci sempre da levigare
in consistenti momenti del “toccarsi”.
Tu che sai rendermi fragile
nella mia libertà di tristezza...
ascolto i palcoscenici orrori
a cui non so sottrarmi
nemmeno se impongo alla mia ricezione
un muro di cemento armato
che sa sgretolarsi
quando le mie linee di confine
accolgono nella mia vicina lontananza
grida e lamenti come bombe umane, sorde
che non sanno e non vogliono vedere armonia
in qualsiasi tempo della mia giornata...
e ne fanno dell’amore
l’utopico sentimento atavicamente presente
solo tra le righe di poesia, di romanzi, di film
senza percepire tra un piccolo impulso
quel germoglio naturale che può salvare
mille parti del mondo...
Che contorno può avere
una qualsiasi luna
se non fosse percossa
dalle lontane orbitanti
impronte umane?
Come ci si guarda intorno
se non ci si distacca
da queste in-consistenze irraggiungibili?
Atterro sulla poesia:
oggi è un pezzo
di pane mancante,
è diritto o dignità d’espressione
da vincere
con l’arroganza d’una sopravvivenza
ad omertose sparatorie silenziose
arrancata ai semplici limiti
d’uno spontaneo chiedere.
Grazie a Massimiliano e Elena 